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07 febbraio 2018

Progettare il futuro: il design come risposta alle sfide della complessità e dell'interdipendenza globali

In occasione della celebrazione dei 50 anni di IED, Francisco Jarauta (Comitato Scientifico IED) delinea alcune riflessioni sul ruolo del design, un’analisi che ci porta a guardare al futuro per continuare a innovare nella formazione in design e a rispondere alle sfide continue che la complessità del mondo attuale richiede.

Poche epoche come la nostra sono state sottoposte a processi di trasformazione così profondi e accelerati da attraversare in pari misura le strutture economiche, politiche, sociali e culturali. Questi processi, che sono stati interpretati e incorporati nei concetti di globalizzazione e mondializzazione, sono all’origine di una nuova situazione planetaria connotata da una forte complessità e interdipendenza. Questo rinnovato ordine mondiale ha cambiato qualitativamente il sistema ereditato dalla prima metà del XX secolo, dando luogo a uno scenario in cui sono in discussione numerosi principi strategici e costringendo il nostro tempo a uno sforzo riflessivo finalizzato a una comprensione della nuova complessità.

Il dibattito sociologico degli ultimi decenni ha portato così a un’analisi intensa e appassionata dei processi e delle trasformazioni che li accompagnano, e a formulare ipotesi circa il loro possibile futuro in un flusso complesso e difficile da prevedere. Una lettura degli studi di Daniel BellAlain TouraineUlrich BeckDavid HeldRichard FalckJürgen Habermas e Manuel Castells, tra gli altri, potrebbe offrirci l’orizzonte critico per orientare il nostro sguardo sulla nostra epoca.

Zygmunt Bauman, in uno dei suoi recenti studi We, the Global Bystanders, ha dato conto di una particolare sindrome che caratterizza il comportamento intellettuale di molti di noi. Le trasformazioni rapide e profonde che hanno contraddistinto la nostra epoca negli ultimi decenni, l’imprevedibilità dei cambiamenti, le turbolenze degli eventi, ci hanno reso “spettatori globali”. Davanti a noi scorre con accelerazione inaspettata una serie di situazioni ed eventi che occorre pensare nella loro articolazione per capirne la direzione e le conseguenze. Nella già ampia letteratura sull’argomento è ancora necessario ricorrere al libro di David Held e Anthony McGrewGlobal Transformations Politics, Economics and Culture (1999) e al dibattito che ne è seguito.

In questa prospettiva la globalizzazione è diventata il punto focale di tutte le analisi. La profonda riorganizzazione dell’economia mondiale ha portato a cambiamenti fondamentali sia nel sistema politico sia nelle forme di organizzazione sociale, cui si aggiunge la tendenza all’omologazione delle diverse culture e concezioni di vita, processi accelerati dalla planetarizzazione delle tecnologie della comunicazione. Ne consegue l’emergere di una nuova complessità, rispetto alla quale i nostri vecchi strumenti di analisi sono insufficienti, che ci costringe a formulare nuovi concetti con cui interpretare i cambiamenti in corso nel mondo e le tendenze che governano la configurazione del futuro.

Negli ultimi anni la necessità e l’urgenza di prefigurare il futuro ha portato diverse istituzioni internazionali a esplorare possibili scenari. Sappiamo che l’accelerazione dei processi che attraversano i nostri tempi rende sempre più difficile immaginare come saranno le società di domani, quali saranno gli elementi chiave nel processo della loro organizzazione, in ultima analisi, come vivranno e funzioneranno. Una lettura comparata di queste relazioni potrebbe portarci alle conclusioni che seguono.

Lo scenario principale sarà quello della comunicazione. Manuel Castells l’ha studiato nel suo L’età dell’informazione (2004). Le trasformazioni sperimentate dalle società contemporanee si devono fondamentalmente alla rivoluzione tecnologica basata su nuovi sistemi di informazione e di comunicazione, alla ristrutturazione del sistema di produzione e alla diffusione della logica delle reti in tutte le forme di organizzazione. Risultato di questi processi è la nascita di un nuovo modello di struttura sociale che tende ad ampliarsi a tutto il pianeta. Vi erano un tempo intuizioni fantastiche come il “villaggio globale” immaginato da Marshall McLuhan. Ciò che negli anni Sessanta era solo un’utopia oggi diventa un vero e proprio fatto, il risultato di tecnologie di comunicazione che sempre più determineranno il nostro futuro.

Non c’è dubbio che la diffusione di nuovi sistemi di informazione e comunicazione, oltre a modificare la forma delle società contemporanee, sia stata decisiva per la costruzione della cosiddetta “società dell’informazione”, o “società della conoscenza”, un cambiamento radicale nei processi di accesso, appropriazione e uso del sapere e delle conoscenze, che modifica il comportamento di apprendimento e di strumentalizzazione delle informazioni. La società-rete nasce come una nuova utopia, come modello e progetto al quale tendono le società del futuro. L’adeguatezza di tale modello rappresenta oggi una delle principali questioni per qualsiasi politica educativa. Infatti, tutti i sistemi di formazione si sentono messi in discussione dai grandi cambiamenti che la società dell’informazione presenta. Occorre indurre, formare, adattare la percezione, le capacità intellettuali, alle condizioni del sapere delle nuove società. Questa è la base di uno smart planet costruito a partire dalla nuova società dell’informazione.

Un terzo scenario ha a che fare con i cambiamenti relativi ai nuovi modelli professionali. Abbiamo ereditato una serie di modelli che sono stati definiti nel contesto della prima Rivoluzione industriale e la sua diffusione nel corso di tutto il XIX secolo. Oggi possiamo affermare che tali modelli sono diventati obsoleti. Il grande dibattito in corso nei politecnici e nelle nuove istituzioni dedicate alla formazione rivela questo dato. Si tratta di una conseguenza naturale della nascita della società della conoscenza. Si ridefiniscono da un lato i modelli di apprendimento e di accesso al sapere, dall’altro le professioni che nel nuovo contesto di conoscenze e competenze rendono più flessibili e aperti tali modelli.

Questa rappresenta una nuova sfida, soprattutto per le istituzioni che operano nel campo della formazione. Nel suo studio Insieme (2012), Richard Sennett presenta una mappa di questioni che riconsidera non solo l’eredità ricevuta, ma anche la situazione attuale. Per Sennett la nascita di new communities virtuali è già uno degli elementi che meglio definiscono il futuro, ne costituisce la piattaforma operativa.

Tutti questi processi e cambiamenti hanno trasformato i modi di vita, facendo emergere new life styles che, come nota Paul Virilio, tracciano la linea di omologazione delle culture. In un mondo altamente globalizzato, il problema dell’identità è centrale, e in alcuni casi dà luogo a posizioni che difendono con forza le identità particolari, etniche, linguistiche, religiose ecc., con i conseguenti conflitti che i vari fondamentalismi hanno inasprito come meccanismo di difesa. Esistono però anche posizioni più aperte, che assumono le forme dell’ibridazione culturale in diverse dimensioni, e questo finisce per diventare il punto di partenza per la costruzione di un futuro in grado di integrare la complessità dei popoli e delle società. Homi K. Bhabha parla di cultures in-between, definendo in questo modo lo spazio di comunicazione sociale e culturale. Come lo stesso Bhabha indica, è in atto un cambiamento antropologico fondamentale mediato dai nuovi sistemi di comunicazione e di integrazione sociale.

Un quinto scenario in cui rappresentare il futuro è direttamente correlato alla complessità del mondo contemporaneo ed è uno scenario etico. È urgente un’assunzione di responsabilità per l’immediato futuro del nostro mondo e dell’umanità, un ideale morale che diventi l’orizzonte dell’esperienza umana. Si tratta di costruire un nuovo pensiero critico che faccia suo un progetto utopico il quale non solo pensi, ma sia anche in grado di costruire ciò che il pensiero etico-politico ha definito come common, quel bene comune non negoziabile che diventa la necessaria garanzia di una storia conforme alla dignità e ai diritti dell’umanità. Bisogna quindi ripensare sia la cultura del progetto sia i processi di formazione da una prospettiva cosmopolita ed etica.

Il design non ha mai avuto una storia autonoma. È sempre stato considerato come parte della cultura industriale o come una componente dei sistemi di vita. Da William Morris a Norbert Elias si può identificare una sequenza perfettamente articolata nella quale si inseriscono i diversi momenti che la sociologia della cultura lega alla storia del gusto o delle abitudini.

Nel nostro tempo possiamo osservare come dallo slancio che apre la Rivoluzione industriale si passi a definire le forme concrete dei sistemi di oggetti della vita domestica o pubblica con la coerenza che lo stile di un’epoca imprime sulle cose. Di questa idea si nutrì il Movimento moderno, che si è appropriato del progetto di costruzione di un nuovo sistema culturale in cui il rapporto tra design e architettura costituisse una logica o un’idea che numerosi dei suoi rappresentanti consideravano come etica.

Penso a Walter Gropius e al Bauhaus, che applicavano questo modo di pensare nell’affrontare le premesse della cultura del progetto. È vero che l’unità proposta dal Movimento moderno, sulla base di una rigida gerarchia delle decisioni, si è infranta da tempo, lasciando libero spazio al conflitto tra discipline. Discipline che oggi, ancora una volta, si pongono in diversi contesti come i derivati della società postindustriale, costruite sulla base della crescente complessità e contemporaneamente con nuove capacità tecnologiche che rendono possibile un tipo d’innovazione finora senza precedenti.

Partendo da questa complessità, si può notare come negli ultimi anni si sia verificata una progressiva dilatazione del campo teorico e operativo del design. I suoi programmi sono stati definiti da un rapporto permeabile con le grandi trasformazioni dei sistemi di vita della società postindustriale, segnato soprattutto dalla standardizzazione culturale e dall’internazionalizzazione della produzione. È essenziale notare a questo proposito come le fasi di crescente globalizzazione non devono essere intese solo come approcci economici o politici, ma rappresentano in fin dei conti gli aspetti culturali che definiscono il vero campo delle conseguenze o degli effetti. Dopo la comunicazione e il mercato – entrambi agenti reali del processo di mondializzazione – si deve individuare la generalizzazione di cultural pattern, che definiscono i nuovi modelli di riferimento simbolico sui quali sono costruiti i processi di identità e differenza del mondo contemporaneo.

L’attuale dibattito all’interno della cultura del progetto si incentra proprio su questi contesti problematici. Si tratta di riconoscere una complessità iniziale in cui tutte le varianti alla base del progetto si stringono la mano. Si deve partire da una dimensione riflessiva sulle condizioni culturali, sociali, antropologiche della società contemporanea, dell’individuo, della sua identità e delle sue sempre più complesse derivazioni da un’appartenenza sociale e da modelli di affiliazione politici e culturali. In questo modo apparirà uno spazio diverso, molto più complesso, con cui il design dovrà dialogare.

Un progetto può certamente essere inteso come un’invenzione in grado di rispondere a un problema culturale, qualunque sia la sua dimensione o tipologia. Per alcuni, il design deve produrre nuovi spazi o nuovi oggetti, nuove relazioni: deve essere inteso come un esercizio utopico, un frammento del futuro che avviene senza rispettare la rotta del tempo. Per altri, il progetto deve mediare tra le diverse circostanze e articolare i diversi contesti, rispondendo non solo alle condizioni d’uso, ma anche al sistema delle funzioni previste. Esso è, in ultima analisi, un equilibrio misurato, intelligente, dove si incontrano la passione civile e il gioco creativo, ovvero l’idea che va dalla produzione di nuovi oggetti ai futuri sistemi di servizi.

Per progettare occorrono idee, ma queste dovrebbero attraversare la mappa dello spazio su cui sono costruite. Questa difficoltà è stata interpretata in modi molto diversi nel corso della storia. Da qui la necessità di un rapporto critico con la tradizione, la storia, la teoria, la cultura del progetto. Rapporto che, inoltre, dovrebbe aiutare a interpretare la complessità che accompagna le forme dell’abitare contemporaneo. Il design dovrebbe stabilire la sua riflessione e la sua pratica da questo punto di vista critico.

Jeffrey Kipnis insiste sull’importanza di considerare il valore sociale e culturale della libertà come uno degli obiettivi del singolo e della collettività. Una frontiera che è, in senso politico, sempre più problematica. Le proposte fatte in Mutations (2001) da Rem KoolhaasStefano Boeri e Sanford Kwinter, tra gli altri, e in Making Things Public (2005) da Bruno Latour e Peter Weibel potrebbero essere punti di riferimento per una discussione aperta su questi problemi.

L’importante è costruire un modo di pensare che sia in linea con la nuova complessità. Se assumiamo questo punto di vista, tutto quello che ha a che fare con la cultura del progetto deve essere ripensato, come ricordava di recente John Berger. Il primo compito di una civiltà è proporre una comprensione del tempo, delle relazioni temporali tra passato e futuro, intese nella loro tensione, nella direzione in cui convergono contraddizioni e speranze, sogni e progetti. “Comme le rêve le dessin!” Sì, in questa strana relazione in cui si incontrano le idee e i fatti, la tensione di un fuori che la storia trasforma e il luogo, l’attimo, il progetto è come il sogno.

Il design si presenta così come uno degli strumenti più significativi per definire le nuove forme di cultura. Nel suo intendimento attiene di diritto alla cultura del progetto, nelle sue applicazioni rappresenta il momento in cui si decidono tutti gli elementi che modernizzano e trasformano non solo l’uso, ma anche i gusti, le forme di percezione e perfino i bisogni. Qualsiasi riflessione sul design è in fin dei conti una riflessione sulle tendenze della cultura e dei suoi progetti. Tutti sanno che queste riflessioni acquisiscono maggior forza se il contesto che le definisce è quello di una cultura come la nostra, soggetta a profondi processi di accelerazione e innovazione la cui portata si estende a tutti i dominii della scienza e della vita, della produzione e della società. Intervenire in questi processi è una delle responsabilità di coloro che fanno proprio il compito di costruire le società del futuro.

Tutte queste riflessioni ci permettono di muoverci verso un progetto futuro, nel momento in cui IED celebra 50 anni di esperienza nella formazione del design, e si conferma come una delle istituzioni più riconosciute a livello internazionale in questo campo. È una storia che nasce da una felice intuizione del suo fondatore, Francesco Morelli, e che, grazie alla passione e alla dedizione di generazioni, in cinque decenni è diventata un modello di riferimento per tutti coloro che lavorano nell’ambito del design.

L’insegnamento, nel senso più ampio, è oggi uno dei sistemi più direttamente colpiti dai cambiamenti della nostra epoca, e la riflessione sui sistemi educativi va in effetti divenendo una costante mondiale. Sull’insegnamento si riflettono due parametri complementari: da un lato le trasformazioni antropologiche e sociali e dall’altro tutte le istanze derivanti dalle nuove tecnologie e dalla loro capacità di innovazione dei processi di conoscenza, come abbiamo visto negli scenari appena descritti, da cui dipende il futuro del mondo contemporaneo. Queste circostanze rendono l’attuale discussione sui modelli di formazione un fatto cruciale. Da esse dipende l’adattamento alle condizioni dei nuovi tempi. IED è riuscito a stabilire prioritariamente un pensiero strategico su questi temi.

L’adattamento a questa nuova situazione si articola in un processo multiplo di adeguamento strutturale e strategico. Anthony Giddens mostrò le condizioni per la costruzione di una seconda modernità, o modernità riflessiva, secondo le condizioni dell’epoca e le sue sfide. Questo adattamento sarà possibile soltanto attraverso una cultura dell’innovazione che copra i processi e i metodi rilevanti per sviluppare meccanismi efficaci. Le politiche dell’innovazione devono avere oggi priorità strategica in tutti i settori e devono essere accompagnate da adeguate strutture normative e procedure per il raggiungimento degli obiettivi.

Ma qualsiasi processo di innovazione richiede cambiamenti sia istituzionali sia di disposizione individuale. È importante pensare e orientare le strategie di intervento su quei livelli o casi particolari dell’istituzione. Si tratta di processi che trasformano i modelli di insegnamento, le politiche dello staff, le forme di integrazione tra tutti coloro che sono coinvolti, in momenti diversi, nella formazione, e che condividono un progetto finalizzato a fare di IED una grande comunità, in cui il rapporto con il sapere e le sue applicazioni abbia sempre uno stile sperimentale, rendendo la scuola un vero e proprio laboratorio di idee e progetti.

Di recente Joseph E. Stiglitz e Bruce C. Greenwald, nel loro Creating a Learning Society (2015), hanno analizzato la complessità delle trasformazioni che accompagnano le forme di apprendimento nelle società moderne. Da tali trasformazioni deriva una modernizzazione vera, e nuova competenza al momento di affrontare le sfide del futuro. Si tratta di fare di IED una vera piattaforma di innovazione e di progetti in base alle condizioni del nostro tempo.

Autore: Francisco Jarauta

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